think indie

Lanciato più verso i 30 che verso i 20, fotografo e software engineer. Appena posso, viaggio.

  1. Taken with instagram

    Taken with instagram

  2. White Lies - Il gruppo più noioso da fotografare

    White Lies - Il gruppo più noioso da fotografare

  3. Patrick Wolf, Tunnel Club, Milano (ritorno a fare foto)

    Patrick Wolf, Tunnel Club, Milano (ritorno a fare foto)

  4. automatictechnicolor:

asdasad

    automatictechnicolor:

    asdasad

    (Source: genabi)

  5. Rackspace Cloud Server

    Il trasloco di Troublezine.it dal server precedente a Rackspace Cloud Server è andata (quasi) per il meglio, anche se:

    - l’altro giorno c’era un’abissale differenza tra quanto indicato da df e du in termini di spazio occupato su disco, il primo mi dava il disco pieno, il secondo mi diceva che tutto lo spazio occupato non superava nemmeno i 5GB, su 40 disponibili. Nonostante la lunga chat con il loro tecnico non si risolve l’arcano, di fatto riavviando la macchina è andato tutto a posto;

    - oggi scopro che le funzionalità per l’invio della posta tramite sendmail/postfix/mail() sono bloccate per evitare il proliferare di spam, quindi questo obbliga ad usare un servizio esterno quantomeno per le mails transazionali (registrazione account) ma lascia un bel punto di domanda su come inviare la mailing list. (no, Gmail non va bene per mandare 4000 messaggi della mailing list)

    Shit.

  6. <3 Big Bang Theory

    <3 Big Bang Theory

  7. "Spesso l’innovazione richiede la “regola delle due pizze”: un gruppo di lavoro non dovrebbe superare il numero di persone capaci di sfamarsi con due pizze."

    ― David Carr, The New York Times

    (Source: The New York Times)

  8. The Naked and Famous - Circolo Magnolia, Milano. Le altre foto QUI.

    The Naked and Famous - Circolo Magnolia, Milano. Le altre foto QUI.

  9. Cibo

    Il cibo ricopre per me un aspetto importante della visita in una Paese straniero dal momento che rappresenta in qualche modo lo specchio della società (basti pensare alla scarsa attenzione che viene data negli Stati Uniti).

    Ovviamente, avendo visto solo una piccola parte dei due Paesi visitati durante queste vacanze, le considerazioni che seguono devono essere prese cum grano salis perchè sicuramente non tengono conto delle diverse declinazioni che ciascun piatto può avere a seconda della zona che si visita (provate solamente a vedere su Wikipedia le diverse qualità di kebab presenti in Turchia).

    Kofte

    Turchia e Grecia (ma anche Bulgaria, come confermano i tre ‘bulgari’ che ci hanno raggiunto a Istanbul) condividono molti ingredienti di base e piatti vari, per quanto chiaramente in Turchia non viene fatto uso della carne di maiale per via dei precetti islamici.

    Sarà certamente a causa della storia millenaria che lega quelle terre sin dagli antichi greci, ma alla fine il caffè turco e il caffè greco sono entrambi caffè fatti con il “pentolino”, senza filtro, con la polvere di caffè (finissima) lasciata decantare nella tazzina prima di poterlo bere.
    Il cetriolo lo trovi dentro qualsiasi insalata e magari anche a colazione. Lo yogurth con il miele e le noci o la marmellata è il dessert onnipresente sui menu dei ristoranti e al supermercato se ne trovano confezioni-famiglia.
    La carne la fa da padrona anche in contesti di mare dove ti aspetteresti solamente pesce, pesce e ancora pesce (ma alla fine il Monte Athos con i suoi 2900m d’altezza è in riva al mare).
    Le olive sono abbondanti e di vario tipo (nere, verdi, piccanti, ecc ecc) e si sposano bene con i pomodori e il formaggio locale, ma mentre in Grecia è la feta a farla da padrona, in Turchia (o meglio, a Istanbul), si vedeva qualche formaggio stagionato in più oltre ad un curioso formaggio sfilacciato dal gusto non troppo forte ma comunque particolare.

    Il pane piatto e non troppo lievitato si trova su entrambe le sponde del Mar Egeo e in entrambi i casi viene riempito con carne speziata, tagliata a strisce, impilata su uno spiedone per essere cotta lentamente e successivamente tagliata con un coltello e unita ad altri ingredienti. L’ouzo greco prende il nome di rakı una volta approdati in è in terra turca.

    Sono il primo a ritenere queste considerazioni molto spicciole, ma sono indice dei molteplici scambi culturali (più o meno imposti dalle diverse reciproche dominazioni) che hanno formato gli usi e i costumi delle tavole di quelle zone.

    Le differenze, ovviamente, esistono, come per esempio il ruolo del the, che in Turchia è la bevanda nazionale ancor più del caffè, e che è stato compagno di lunghi momenti di relax tra un monumento e l’altro: viene servito, come altrove in Medio Oriente, in bicchierini di vetro dalla forma sinuosa e accompagnato da zollette di zucchero. Viene consumato in qualsiasi orario della giornata e con qualsiasi temperatura esterna. In qualsiasi locale dove si fuma il narghilè c’è il bicchierino di the sul tavolo. La qualità locale viene chiamata çay (si legge “ciai”) che è the nero prodotto in Turchia principalmente sulle coste del Mar Nero oppure in alternativa si può chiedere l’apple tea che è invece the fortemente aromatizzato alla mela, tanto da renderlo marcatamente acidulo. Nei vari negozi e botteghe dei bazar sono disponibili molte altre varietà, ma queste due sono quelle generalmente più diffuse nei diversi bar.

    Chai

    In Grecia invece è caffè shackerato ad essere consumato in gran quantità dai locali e disponibile anche nei bar sulle spiagge più remote. Con latte o senza, con caffè solubile o con “vero” caffè, ogni volta che è stato richiesto è poi arrivato accompagnato da una bottiglietta d’acqua naturale da 0.5l oppure, in alternativa, una caraffa d’acqua, in entrambi i casi sempre incluse nel prezzo. In un locale di Salonicco, invece, oltre all’acqua è stato servito insieme ad un dolcetto al cucchiaio, qualcosa di simile alla mousse al cioccolato con della granella sopra.

  10. Istanbul

    Di ritorno dalle vacanze di quest’anno voglio provare a scrivere qualche nota sui luoghi visitati e sulle esperienze fatte. Questo primo post vuole raccogliere alcune considerazioni iniziali su Istanbul (prima tappa) a cui seguiranno altri posts più specifici.

    Il volo della Turkish Airlines è abbastanza pieno e decolla da Malpensa in orario. Il viaggio passa abbastanza velocemente, spezzato dalla cena che viene servita dopo un’oretta dal decollo. Su questa cena vorrei spendere due parole: per quanto fosse un pasto d’aereo era abbondante e, soprattutto, buono. Non che i pasti serviti sui voli di Airfrance e Alitalia facessero pena, ma questo (una mini burger con patate oppure pollo e riso, panino, formaggio fresco, fagioli in insalata, cracker ecc ecc) mi è piaciuto particolarmente.

    Atterro a Istanbul sul tardo pomeriggio e una volta recuperate le valigie e fatto apporre il timbrino sul passaporto/carta d’identità è già calato il sole. Lungo il tragitto in taxi verso Sultanahmet si vede il lungomare pieno di famiglie intente a organizzare dei piccoli barbecue con i quali spezzare il digiuno diurno imposto dal Ramadan, che quest’anno cade durante tutto il mese di agosto.

    Data l’estensione di Istanbul la distanza dall’aereoporto non è breve ma la strada è abbastanza scorrevole, fatta eccezione per Sultanamet che rappresenta un dedalo di strade abbastanza strette (ma a doppio senso) da provocare diversi mini-ingorghi e che porta l’autista del taxi a suggerire di scendere e arrivare fino all’ostello a piedi: la macchina riesce a guadagnare pochi metri alla volta. Alla fine la corsa viene a costare meno di 40 lire turche (come indicato dall’autista prima di partire e confermato dal tassametro) per 4 passeggeri con altrettante valigie.

    L’ostello (Sydney Hostel) si trova appunto a Sultanahmet (nella parte europea) in un’ottima posizione grazie alla quale durante la permanenza a Istanbul ci siamo mossi quasi esclusivamente a piedi data la vicinanza con i principali monumenti della città. 52€ a testa in una camerata da 8 (con un “povero” ragazzo argentino che è stato vittima di un gruppo di 7 italiani) pulita e luminosa, inclusa la colazione, aria condizionata in stanza, wifi, due computers per collegarsi a internet e personale estremamente gentile e disponibile.

    IMG_2803.jpg

    Il pezzo forte è però la terrazza dell’ostello che ha ospitato diverse bevute notturne e una cena con cibo acquistato al bazar e da cui si ha una vista notevole su buona parte della città e sul Bosforo. Dall’alto si vede come la terrazza è un elemento sfruttato da altri ostelli, alberghi e ristoranti ed è qualcosa per cui vale la pena verificarne la presenza prima della prenotazione, può fare una notevole differenza anche su breve permanenze.

    Anche nella zona delle moschee ci sono diverse famiglie alle prese con il barbecue e diverse altre persone che passeggiano nella spianata che c’è tra una mosche e l’altra, ma tutto in maniera abbastanza “ordinata” se viene confrontata con l’impatto che ho avuto arrivando in piazza Djemaa el Fna a Marrakesh: la città è notevolmente viva ma non caotica, si nota infatti un certo imprinting europeo che, nel bene o nel male, attenua le differenze rispetto ad altre città europee. 

    IMG_2808.jpg

    Per la cena si opta per un ristorantino (di cui non ricordo nè il nome nè la posizione) che ci accomoda su tavolini all’esterno, sul marciapiede, con le macchine che passano a pochi centimetri dalle sedie. La cena è a base di carne: dev’essere difficile per un vegetariano mangiare a Istanbul. Una volta cenato è l’ora dell’immancabile chai (the locale, onnipresente ovunque e con qualsiasi temperatura) e narghilè in un posto vicino all’ostello.

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